LA COSMOLOGIA

Relatore: BAGNATI Ing. Massimo

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L’UNIVERSO IN UN GUSCIO DI NOCE

       Come, quando e perché ha avuto inizio il nostro universo? Quanto è grande? Che forma ha? Di che cosa è fatto? Tali domande potrebbero essere poste da un bambino, ma sono proprio queste domande che assillano i cosmologi moderni ormai da diverso tempo.
      
Fino ai primi anni di questo secolo, sia i filosofi che gli astronomi ritenevano che esistesse uno spazio fisso sullo sfondo del quale si muovevano le stelle, e tutti gli altri corpi celesti, come palle da biliardo che rotolano sul panno verde. Negli anni Venti questa idea dovette essere mutata, sia a causa della nuova concezione einsteniana della gravità, sia per i risultati delle nuove osservazioni eseguite da Edwin Hubble sul colore della luce emessa dalle stelle appartenenti a galassie lontane.
      
Era noto da tempo il fenomeno dello “spostamento verso il rosso”, dovuto all’effetto Doppler, per una sorgente di luce in  allontanamento dall’osservatore; nelle sue osservazioni Hubble scoprì un sistematico spostamento verso il rosso nella luce proveniente dalle galassie da lui osservate. Valutando l’entità dello spostamento, egli poté stabilire la velocità di fuga delle sorgenti luminose. Confrontando la luminosità apparente delle stelle della medesima specie, Hubble poté anche dedurre le loro rispettive distanze da noi. Scoprì in tal modo che, quanto più lontana era la sorgente luminosa, tanto più velocemente essa si allontanava. Questa tendenza è nota oggi col nome di “legge di Hubble”. Hubble aveva scoperto l’espansione dell’universo.
      
Se l’universo si espande, allora - invertendone la direzione - troveremo le prove che il cosmo è emerso da uno stato più denso e più piccolo nel quale esso aveva dimensione zero. A questo inizio è stato dato il nome di “Big - Bang”.
      
Che cosa si sta espandendo? Certamente non si espande la Terra, né la Via Lattea e neppure gli “ammassi galattici”; tutti questi aggregati di materia sono legati da forze di attrazione chimica e gravitazionale ben più forti delle forze di espansione. Solo alla scala dei grandi ammassi di centinaia di migliaia di galassie è possibile constatare che l’espansione vince la locale forza di gravità. Per avere un’idea del fenomeno si pensi a dei granelli di polvere sulla superficie di un palloncino. Il palloncino, gonfiandosi, si espanderà ed i granelli di polvere si allontaneranno gli uni dagli altri; ma i granelli, come tali, non si espandono. Del pari, è possibile pensare l’espansione dell’universo come l’espansione dello spazio esistente fra gli ammassi galattici. L’espansione dell’universo non è un’espansione che abbia origine in un determinato punto nello spazio, l’universo contiene tutto lo spazio esistente! Il fatto che tutti gli ammassi si allontanano da noi non significa affatto che siamo al centro dell’universo.
       Lo spazio del nostro universo è paragonabile alla superficie tridimensionale di una sfera a quattro dimensioni: qualcosa che non si riesce a visualizzare. Ma se riduciamo il tutto di una dimensione, il nostro universo sarebbe allora la superficie di una sfera tridimensionale. Immaginando che questa sfera diventi più grande, due punti posti sulla sua superficie si allontaneranno l’uno dall’altro; se consideriamo più punti ci accorgeremmo che, qualunque sia il punto di osservazione, tutti gli altri si allontaneranno da questo via via che aumenta l’espansione. La superficie della sfera rappresenta lo spazio, ma il “centro” dell’espansione non si trova su quella superficie. Non esiste un centro di espansione sulla superficie della sfera, non vi è neppure un orlo o un margine estremo; l’universo non si espande in qualche altra cosa: esso è tutto ciò che esiste.
       Un’ulteriore domanda, è se lo stato di espansione che constatiamo nell’universo continuerà indefinitamente. Se l’energia d’espansione è superiore a quella creata dall’attrazione gravitazionale, che agisce in senso contrario, l’universo continuerà ad espandersi eternamente. Se, invece, la velocità di lancio è inferiore ad un certo valore critico, l’espansione alla fine si arresterà ed invertirà il suo moto: la contrazione continuerà fino a quando l’universo raggiungerà la dimensione zero. Fra i due sistemi esiste quello che possiede esattamente la velocità di lancio critica, cioè il valore minimo che gli consente di espandersi per sempre. Uno dei grandi misteri dell’universo è che esso si sta attualmente espandendo ad una velocità assai vicina alla velocità critica, tanto che non si può ancora dire da quale parte dello spartiacque esso si trovi.
E’ facile intuire che l’universo, espandendosi ed invecchiando, debba allontanarsi sempre più dallo spartiacque critico a meno che esso non abbia cominciato la sua esistenza proprio con tale velocità. L’universo si sta espandendo da circa quindici miliardi di anni, affinché esso rimanga così prossimo allo spartiacque dopo tutto questo tempo occorre che la velocità di lancio dell’universo sia stata “scelta” in modo da differire dalla velocità critica per non più di 10-35
       Va altresì detto che solo un universo che dopo miliardi di anni di espansione si trovi ancora vicinissimo allo spartiacque critico può contenere degli esseri umani. Infatti se un universo cominciasse ad espandersi con velocità molto superiore a quella critica, allora la gravità non riuscirebbe a dare origine alle galassie o alle stelle, che rappresentano le fucine in cui nascono gli elementi più pesanti dell’idrogeno e dell’elio e di cui sono composti i nostri corpi. Del pari, se un universo si espandesse ad una velocità molto inferiore alla velocità critica, la sua espansione si rovescerebbe in contrazione prima che le stelle abbiano avuto il tempo di sintetizzare elementi pesanti, e di nuovo non si avrebbero i componenti per creare la vita. Solo gli universi che dopo miliardi di anni continuano ad espandersi a velocità prossima a quella critica sono in grado di produrre la materia che sta alla base di qualsiasi struttura qualificabile come osservatore. Noi non potremmo esistere in un universo diverso da uno che si espanda a velocità prossima a quella critica.
      
La teoria dell’espansione dell’universo e la ricostruzione del cosmo si sono sviluppate molto lentamente. Negli anni Trenta il sacerdote e fisico belga Georges Lema
Ttre fu un pioniere del campo; la sua teoria “dell’atomo primordiale” precorse quello che oggi è noto come il modello del Big Bang.
I passi di maggior rilievo furono fatti alla fine degli anni Quaranta da George Gamow coi suoi allievi, che cominciarono a considerare la possibilità di applicare le nozioni della fisica per capire quali caratteristiche avessero potuto avere le prime fasi dell’espansione dell’universo. Essi riconobbero che, se l’universo aveva avuto inizio in uno stato di grande densità e di altissima temperatura, doveva essere rimasta una radiazione quale residuo di quell’esplosivo inizio; più precisamente si resero conto che, quando l’universo aveva avuto un’età di pochi minuti, doveva essere stato così caldo da innestare ovunque delle reazioni nucleari.
       Nel 1948 gli allievi di Gamow predissero che la radiazione proveniente dal Big Bang, raffreddata dall’espansione, doveva avere attualmente una temperatura di circa 5° K; tale predizione rimase ignorata per quindici anni.
       Nel 1965 la prevista radiazione cosmica fu scoperta fortunosamente da Arno Penzias e Robert Wilson, due radiotecnici dei laboratori della Bell, che stavano calibrando un’antenna. Nel medesimo tempo all’università di Princeton un gruppo di studiosi guidati da Robert Dicke, in modo del tutto autonomo, aveva ricalcolato il valore della radiazione di fondo. Venuti a conoscenza del rumore captato dal ricevitore della Bell, essi lo interpretarono come la radiazione prevista; tale radiazione aveva una temperatura di 2,7 °K. Il fenomeno fu chiamato “radiazione di fondo a microonde”. La scoperta di questa radiazione segnò l’inizio di un serio studio del modello del Big Bang.
       La radiazione di fondo fu misurata con uguale intensità in ogni direzione e, quando quell’intensità fu misurata a frequenze diverse, si constatò che essa corrispondeva ad una “radiazione di corpo nero” (sotto tale nome viene indicato lo spettro misurato per le diverse lunghezze d’onda, ad una data temperatura di un corpo teorico, definito appunto nero, che è in grado di assorbire tutta la radiazione incidente su di esso, o di emettere con continuità in tutto lo spettro). Solo nel 1989 col lancio del satellite COBE fu possibile misurare con estrema precisione lo spettro della radiazione di fondo: si dimostrò il più perfetto spettro della radiazione di corpo nero mai osservato in natura; in tal modo venne confermato che in tempi remoti, l’universo era centinaia di migliaia di volte più caldo di quanto non lo sia ora.
       Un altro esperimento chiave, a conferma della origine della radiazione in un lontano passato, venne eseguito verso la fine degli anni Settanta, rivelando una piccola, ma sistematica, variazione dell’intensità della radiazione dovuta al moto della Terra e della nostra galassia nel “mare” della radiazione di fondo. La radiazione risulta più intensa nella direzione del moto, e più debole ad un angolo di 180 gradi. Altre variazioni dell’intensità della radiazione, come scoperto da COBE nel 1992, sono dovute alle concentrazioni di materia costituite dalle galassie.
       Esaminando le misure sull’intensità della radiazione si constatò che l’espansione del nostro universo è isotropa (uguale in ogni direzione) ed è questa tra tutte le varie possibilità, una caratteristica peculiare. I tentativi di spiegare questa isotropia rispecchiano i diversi modi di affrontare il problema. Una spiegazione possibile consiste nell’affermare che l’universo cominciò ad espandersi isotropicamente fin dall’inizio, in tale ipotesi la spiegazione dello stato attuale dell’universo viene fatto gravare sullo stato iniziale, sconosciuto e forse inconoscibile. Un secondo approccio consiste nel considerare l’attuale situazione come conseguenza dei processi fisici che si svolgono nell’universo. Per quanto irregolare fosse lo stato iniziale dell’universo, può darsi che col tempo tale irregolarità siano scomparse, lasciando lo stato di espansione isotropica. Questo approccio consente di affermare, che indipendentemente dall’origine dell’universo, si sono sviluppati -nel corso delle sue prime fasi- dei processi che hanno portato all’universo attuale. Tuttavia se questo universo è emerso indipendentemente dalle condizioni iniziali, allora le nostre osservazioni, non possono dirci nulla sui suoi inizi, perché il suo stato è compatibile con qualsiasi inizio. Se al contrario, l’attuale struttura è un parziale riflesso del modo in cui l’universo ha avuto inizio, allora le osservazioni sarebbero in grado di dirci qualcosa su tale inizio.